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Export Italia, alcuni dati…

Le PMI del nostro Paese incrementano le esportazioni grazie alla qualità dei prodotti. Calano però i margini di profitto a causa dell’alto costo del lavoro e della mancanza di investimenti.

Anni duri per le PMI italiane ma dati export con segno “più”, com’è possibile? Il segreto delle eccellenze italiane che resistono è la qualità dei prodotti, parametro che si può anche misurare calcolando il rapporto tra i valori medi unitari delle esportazioni e i prezzi di produzione dei beni venduti all’estero. In tal senso il nostro Paese cresce più degli altri, con un indice che sale dell’1,6% medio annuo dal 2000, meglio di Germania (+0,9%), Francia (+0,5%) e Spagna (+0,4%). La qualità dei prodotti è in ascesa in tutti i settori ma articoli in pelle, calzature, chimica, farmaceutica e macchinari/apparecchiature fanno registrare numeri superiori. In generale l’export italiano è cresciuto del 3% negli ultimi quattro anni, poco meno di quanto fatto dalla potenza economico-industriale tedesca (+3,5%). Tuttavia, analizzando i dati dal 2000 al 2014, gli analisti del Centro Studi di Confindustria evidenziano una perdita generale di porzioni di mercato internazionale da parte di tutti i cosiddetti Paesi avanzati. La quota dell’export italiano rispetto a quello mondiale si è ridimensionata dello 0,9% in quattordici anni ma le nostre PMI hanno fatto comunque meglio di molte altre potenze industriali. Dal 2000 al 2014 abbiamo infatti incrementato le esportazioni dello 0,6%, diversamente da Paesi quali Francia, Regno Unito e Giappone che hanno perso rispettivamente l’1,1%, l’1,5% e il 3,8%; meglio di noi soltanto Germania (+4.5%) e Spagna (+1,2%). Ma per valutare in maniera ancor più approfondita quel che sarà il nostro futuro commerciale oltre confine, il Centro Studi di Confindustria ha calcolato la dinamica della domanda estera potenziale di nove Paesi Ue. Con tale variabile è possibile apprezzare la loro capacità di presidiare i mercati esteri in espansione. E anche in questo caso, l’Italia sorprende ancora. Dal 2009 al 2014 infatti la domanda potenziale ha fatto registrare un +4,7% annuo e, tra il 2010 e il 2012, il nostro export è cresciuto più di quest’ultima, conquistando nuove fette di mercato (es. area balcanica e Messico). Per comprendere l’importanza della domanda potenziale nella stima del prossimo trend delle esportazioni basti pensare che ha contribuito a un aumento medio annuo delle vendite oltre confine del 4,56%. Ma allora perché le nostre PMI continuano a perdere competitività? Secondo il Centro Studi di Confindustria la causa principale è il forte aumento del costo del lavoro per unità di prodotto: 3% l’anno contro il -0,1% della Germania, per un incremento complessivo pari al 42,5% fino al 2014. In questo contesto socio-economico così drammatico molte PMI sono riuscite a mantenere prezzi competitivi, riducendo sensibilmente i propri margini di profitto. Si stima inoltre che la perdita di competitività e l’assenza di investimenti abbiano inciso sulla mancata crescita delle esportazioni rispettivamente dello 0,95% e dello 0,06% annui.