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Radiografia dell’Italia Digitale

Tre relatori intervenuti al Cloud Computing Summit 2015 fanno il punto della situazione sul processo innovativo del nostro paese. Nel prossimo futuro occorrerà spendere bene le poche risorse destinate all’Ict pubblico.

Chiusi i lavori al Cloud Computing Summit 2015 di Roma, è tempo di bilanci e valutazioni sullo stato di salute digitale del nostro Paese. In tale complesso esercizio è bene farsi guidare da alcuni interventi illuminanti che hanno avuto luogo nel corso della tavola rotonda capitolina. Uno di questi è senz’altro quello esposto da Francesco Tortorelli, dell’Agenzia per l’Italia Digitale (Agid), il quale ha delineato un quadro piuttosto pessimistico circa il futuro tecnologico del nostro Paese. La sua tesi è supportata dai dati del Digital Economy and Society Index (Desi), il parametro che misura il posizionamento a livello europeo in merito a connettività, capitale umano, fruizione internet, integrazione delle tecnologie e servizi pubblici digitali. Per colmare questo gap gli impegni dell’Agid sono piuttosto chiari, in particolare su fatturazione elettronica (dal 31 marzo 2015 obbligatoria per tutte le pubbliche amministrazioni), sistema di pagamenti verso la PA e Sistema pubblico di identità (SPID). Tuttavia per quest’ultimo esistono dei dubbi in termini di efficacia e alcuni ostacoli legati al prezzo del servizio. Sì perché questa sorta di insieme aperto di soggetti pubblici e privati accreditati dall’Agid, che gestiranno online i processi di registrazione e accesso ai servizi della PA, probabilmente non sarà gratuito. Inoltre, come sostiene anche Sante Dotto, Consip (Centrale acquisti della pubblica amministrazione italiana), lo SPID sarà davvero funzionale solo se il servizio si diffonderà capillarmente fra i cittadini e soprattutto se le amministrazioni saranno interconnesse con i loro servizi. Lo stesso Dotto, ha toccato anche tematiche legate al settore informatico pubblico, ponendo l’accento sulla necessità di valorizzazione delle competenze delle imprese, e sulla sensibile riduzione di domanda (PA) e offerta (aziende) degli ultimi anni. A tal proposito, ha dichiarato che le PA dovrebbero poter operare con strumenti contrattuali volontari al fine di operare più liberamente sul mercato digitale. Infine Renzo Turatto, Scuola nazionale dell’amministrazione, ha parlato di fondi europei e della loro allocazione in ambito tecnologico-digitale. Da qui al 2020 il nostro Paese potrà attingere circa 500 milioni di euro l’anno (pari al 10% della spesa Ict necessaria), cifra poco interessante se paragonata ai cicli precedenti come quello 2000-2006. Tuttavia, pur essendo fondamentale, il dato relativo alle risorse economiche utilizzabili non è tutto. La vera sfida è di carattere strategico, poiché in passato sono stati fatti errori proprio in questo senso: mancanza di business model dei progetti, frammentazione degli investimenti ed errate valutazioni economiche dei fornitori. Gli addetti ai lavori, per non fallire, dovranno ottimizzare i progetti, migliorandone l’implementazione e valutandone l’impatto.